
Emmanuel - The broken diary - Podcast Novel
Cari ascoltatori, l'avvento delle AI non ha fatto del bene al web: YouTube è pieno di video che non hanno assolutamente niente da dire, fatti con voci AI che ripetono 800 volte la stessa cosa, e la dicono anche male. Tutto questo nella speranza di raccattare qualche click.
Ci rendiamo conto che in questa situazione riuscire a distinguersi è difficile, ma noi ci stiamo provando in tutti i modi, a cominciare da un utilizzo anomalo e creativo delle intelligenze artificiali.
L'unica cosa che ci aspettiamo da voi è che vi rendiate conto della differenza.
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Dear listeners, the advent of AI voices has not done any good to the web: YouTube is full of videos that have absolutely nothing to say, made with AI voices that repeat the same thing 800 times, and say it badly. All this in the hope of collecting a few clicks.
We realize that in this situation it is difficult to stand out, but we are trying in every way, starting with an anomalous and creative use of artificial intelligence.
The only thing we expect from you is that you realize the difference.
ATTENZIONE / WARNING:
in base alle nuove regole del podcasting, nelle statistiche non verranno più conteggiati gli ascolti, ma solo ed esclusivamente i DOWNLOAD. Questo per noi è un enorme problema, perché non riusciremo più a renderci conto di quante persone ascoltino il podcast.
Vi chiediamo perciò, per favore, di FARE SEMPRE IL DOWNLOAD di ogni episodio, magari per buttarlo via subito dopo (sappiamo che occupa spazio)!
According to the new podcasting rules, the statistics will no longer count the listens, but only and exclusively the DOWNLOADS.
We therefore ask you, please, to ALWAYS DOWNLOAD each episode, perhaps to throw it away immediately afterwards (we know it takes up space)!
Emmanuel - The broken diary - Podcast Novel
1.12. Terapie alternative (La prima volta di Emmanuel)
In loving memory of Jeff Buckley.
Per la prima volta ascoltiamo la voce narrante di Emmanuel (Paolo Malgioglio), che finora è stato semplicemente un personaggio visto attraverso gli occhi di Antonia (Elisa Gandolfi). Ora la vicenda comincia ad essere filtrata attraverso il suo punto di vista.
E' un momento cruciale della sua vita: Antonia, violentata da Frédéric, non trovando la comprensione del fidanzato Michele, si rivolge a lui per aiuto. Sarà l'inizio della loro storia.
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12. Alternative therapies.
In loving memory of Jeff Buckley.
For the first time we hear the narrative voice of Emmanuel (Paolo Malgioglio), who until now has simply been a character seen through the eyes of Antonia (Elisa Gandolfi). Now the story begins to be filtered through his point of view.
It is a crucial moment in his life: Antonia (Elisa Gandolfi), raped by Frédéric, not finding the understanding of her boyfriend Michele, turns to him for help. It will be the beginning of their story.
Teen mode on.
Odio la tua terapia, odio essere costretto a farti leggere le mie cose personali. Odio le minchiate da rivista femminile, odio quei cazzo di scrittori e registi che si fanno i soldi con le seghe mentali degli adolescenti e tutte le altre puttanate del genere. Shit, rommel.
Teen mode off.
Per accontentare l'analista, che mi ha prescritto come terapia la redazione di un diario quotidiano, mi accingo a ridurre la mia vita a sdolcinata paccottiglia, sbrodolatura da rotocalco, patetico libro da capezzale per ragazzine sentimentali, soggetto ideale per sceneggiatori di b movies mediocri.
Bene, coraggio Emmanuel, ti tocca.
...
Sono le sette di sera di un mercoledì di giugno. Disteso sul letto con Tegame convalescente arrotolato addosso, ascolto la mia musica e contemplo il pugno di mosche che mi ritrovo in mano. Questa parentesi estiva è come una palude di sabbie mobili; scruto la sponda opposta con l’acqua alle caviglie, ma non so come muovermi: ho paura di sprofondare ad ogni passo. Ho studiato come un pazzo per farle piacere, ho recuperato su tutti i fronti, sono stato promosso a pieni voti e il risultato è che adesso non ci vediamo più da settimane. "È solo questione di attendere il prossimo autunno", ha detto.
In sintesi, sono un coglione.
Il telefono squilla, cerco di non farci caso. Nessuno dei miei risponde.
- Tereeeeesaaaaaaa!
Stasera devo uscire con degli amici, fra cui una certa Erika che da qualche tempo mi tempesta di telefonate e mi chiama con dei nick gay tipo topo, topino, cazzate del genere. Storpia il mio nome con un diminutivo idiota, Manu. Odio i diminutivi, e poi il mio nome mi piace com'è. Non ho nessuna voglia di sollevare il ricevitore e di sentire la sua voce ciao Manu, che stai facendo di bello? Sono concentrato su un passaggio di chitarra assolutamente imprevedibile che sta cercando di restituire un po’ di senso alla mia vita. Non sapevo che il grande Tim avesse avuto un figlio così straordinario, è stata un'incredibile sorpresa per me scoprirlo. I'm not afraid to go but it goes so sloooooow...
Il telefono non la pianta: mi alzo, deciso a rispondere o a spaccarlo.
- Pronto.
Il mio tono suona "fanculo".
- Emmanuel?
Trenta secondi di silenzio.
- Ci sei?
- Ciao, Antonia.
- Hai da fare stasera?
- No, niente, non ho niente di speciale in programma.
- Ti andrebbe di accompagnarmi al cinema? Danno Il re leone al Lux.
- Fantastico. Quando?
- Al primo spettacolo. Ma forse devi cenare.
- Figurati, non mangio, io non mangio mai. Cioè, non stasera. Dove ci vediamo?
- Sotto casa mia. Va bene?
- Perfetto.
Ingoio le tonsille, riattacco e mi fiondo nell'ingresso. Poi torno indietro a raccattare il cuore. Forse sono troppo trasandato, dò un'occhiata allo specchio: no, va bene così; corro alla porta, mi ricordo improvvisamente di Tegame; rientro in camera, lo prendo sotto braccio e raggiungo mia madre che guarda la televisione in salotto. La miglior difesa è l'attacco.
- Non devi guardare tutta questa robaccia, mamma. È spazzatura, ti fa male. Ciao, io vado.
Si volta con aria interrogativa.
- Dove vai? Alla festa di Gianluca?
- Sì.
- Ma non era dopo cena?
- No, è alle sette e mezzo: hanno cambiato l'orario.
È un po' seccata.
- Non potevi avvisarmi per tempo? Avevo già fatto preparare la cena.
Mi chino a darle un bacio.
- Hai ragione, scusami.
- E metti il cane nella cuccia.
- Non aspettarmi alzata, eh: dopo cena andiamo al pub e poi in discoteca. Mi raccomando, non guardare quella roba da dementi. Ciao, non preoccuparti per il ritorno, mi accompagna a casa Max.
La sento dire qualcosa mentre mi allontano di corsa. Povera mamma.
Arrivo in anticipo, ma lei è più in anticipo di me: la trovo già sotto casa. Indossa un vestito turchese con un golfino color panna e una sciarpa intorno al collo, i capelli rossi sciolti sulle spalle. Non dice e non fa niente quando mi vede, come se fosse normale uscire insieme di sera, soli.
Non ho il tempo di stupirmi: mi accorgo subito che qualcosa non va. Ha le occhiaie livide, malamente nascoste dal trucco. Come minimo non ha dormito. L'istinto, che con lei mi soccorre sempre, mi suggerisce un atteggiamento fraterno: la prendo sotto braccio e ci avviamo verso la macchina. Ovviamente guida lei, io non ho ancora la patente.
Blatero senza sosta per tutto il viaggio: non ci vediamo da tempo e ho un sacco di cose da raccontarle, cose stupide di tutti i giorni che non vedo l'ora di condividere con lei. Ma lei è tutta concentrata sulla guida, manco fossimo a un rally, e risponde a monosillabi: è evidente che non ha voglia di fare conversazione. Sono troppo felice per risentirmene: se ha voluto vedermi è chiaro che sentiva la mia mancanza, per cui posso permettermi di chiacchierare a vuoto come un imbecille.
Il cinema è pieno di gente: ci sediamo nelle ultime file. Continuo a parlare da solo per un quarto d'ora, poi le luci si abbassano e la proiezione incomincia.
Il film è bello, ma la mia mente è tutta concentrata su di lei che se ne sta lì a braccia conserte, con gli occhi fissi sullo schermo. Comincio a chiedermi seriamente perché abbia voluto vedermi, dato che si comporta come se io non esistessi. Ad un certo punto mi volto a guardarla con aria interrogativa: trema un po' e ha le dita contratte; forse sta male. Le prendo una mano sussurrando cos'hai. Smette di tremare e appoggia la testa sulla mia spalla:
- Non è niente, sto bene.
Le circondo le spalle con un braccio. Rimando tutto a dopo e mi dispongo a godere della più egoistica beatitudine, abbracciato a lei nel buio avvolgente di un cinema, come in tanti miei sogni. C’è l’aria condizionata e lei ha le mani fredde: le prendo fra le mie, strofinandole leggermente ed accostandole alla mia bocca per riscaldarle con il fiato, come il bue e l'asinello del presepe. Ad un tratto rovescia la testa all'indietro e chiude gli occhi: mi sforzo contro ogni evidenza di interpretarlo come un gesto amichevole. Mormora sottovoce stronzo di un ragazzino e mi sfiora il collo con le labbra aperte.
Da quel momento in poi i miei ricordi si fanno confusi: ricordo solo l’odore amaro dei suoi capelli e la temperatura altissima della sua pelle.
All'improvviso, mentre solleva la mano destra per accarezzarmi i capelli, vedo un livido violaceo sul suo polso. Le prendo l'altra mano, le scopro il polso e vedo un segno uguale. Anche la sua gola è chiazzata di ematomi. Mi scosto bruscamente da lei:
- Che significa?
Non risponde. Si riavvolge la sciarpa intorno al collo e finge di concentrarsi sul film.
Entro in una zona di vuoto pneumatico in cui non riesco a pensare più a niente: le immagini del film si accavallano nella mia mente senza che io riesca a seguire nulla della trama, distratto dal pesante pulsare del mio cuore. Dopo qualche minuto sento la sua testa appoggiarsi di nuovo sulla mia spalla, ma questa volta resto immobile. Cerca la mia mano, mi volto a guardarla: le sue occhiaie sono diventate viola, fanno impressione. Il mio cuore si serra in una morsa: stringo la sua mano sussurrandole va tutto bene, che cazzo sto dicendo. Le viene un attacco di tosse: dice che è colpa dell'aria condizionata, estrae delle pastiglie dalla borsetta e le ingoia.
Dopo qualche minuto, o forse qualche ora, mi dice:
- Ho bisogno di parlarti.
Ci alziamo sul più bello della scena finale strappalacrime, fra le imprecazioni degli altri spettatori. Ha incominciato a piovere, le gambe mi tremano. Prego il Dio in cui non credo di darmi la forza.
A tutt'oggi non so come finisca Il re leone.
...
Guida da un’ora e non si decide a fermarsi. È intontita, deconcentrata, a un certo punto rischiamo di precipitare giù da un argine: mi accorgo che l'automobile sta sbandando e riesco a raddrizzare il volante giusto un attimo prima che ci ribaltiamo nel fossato sottostante. Stavo per ucciderti dice inebetita, come se sull'automobile non ci fosse anche lei. Cerco di rincuorarla, ma lei ripete più volte stavo per ucciderti e alla fine aggiunge non me lo sarei mai perdonato. Poi rimette in moto e si concentra sulla guida.
Vedo diversi cartelli segnaletici con sopra nomi sempre più sconosciuti: l’ultimo dice Albugnano. Intuisco che non siamo più nel Torinese: siamo finiti in un’altra provincia. Arrivata ad un bivio mette la freccia anche se non c'è nessuno, svolta e imbocca una discesa. La strada è senza via d’uscita: rimango senza fiato quando di colpo mi vedo di fronte lo scheletro imponente di un’abbazia romanica. Lei non sembra sorpresa, forse perché non si accorge di niente. Parcheggia la macchina nel posteggio dell'abbazia e tira il freno a mano.
Una scomoda utilitaria parcheggiata di notte in un piazzale deserto sotto la pioggia, con le rane che gracidano intorno: la situazione è tipica fino allo squallore. Provo un attimo di tremendo imbarazzo. Mi volto a guardarla: continua a fissare il volante come se si aspettasse qualcosa da lui. Alla fine trovo il coraggio di parlare.
- Cos'è successo? - le chiedo.
Non risponde. Insisto:
- Mio fratello lo sa?
Scuote la testa:
- No. Non riesco a parlarne con lui.
- Non ti ascolta, vero? Non vuole mai sapere le verità scomode.
Fa segno si sì.
- Vuoi provare a parlarne con me?
- Non ce la faccio.
- Come posso aiutarti se non mi dici niente?
- Cerca di capire da solo, se puoi.
Ci provo, ma è durissima. Deglutisco e pronuncio quel nome:
- Frédéric?
Tace: ho colto nel segno. Una serie di particolari sempre più realistici mi arriva dritta alla bocca dello stomaco. Vedo tutta la scena. Sto veramente male.
- È un bastardo.
Si torce le mani, disperata.
- Non è lui il problema, non è lui.
Mi assale un moto di rabbia.
- Lo so, cazzo.
- Sai cosa?
- Che ti è piaciuto. Non è così?
Si contrae tutta, come un’ostrica quando le spruzzi su il limone. Trema, batte i denti. Le prendo di nuovo una mano per non farla sentire sola, anche se mi costa un tremendo sforzo. Ho voglia di piangere e di prendere a calci qualcosa. Vorrei essere lontano da lei per poter stare male senza dover fingere.
- Non riesco... - balbetta - non riesco più a...
Sospiro: è così ovvio per me.
- A farti toccare da un uomo.
Fa segno di sì con la testa.
- Ma puoi guarire.
- Non credo - dice tremando tutta.
- Certo che puoi. Vedi? Ti sto tenendo la mano.
Sembra rilassarsi: respira più profondamente e smette quasi di tremare. Accenna ad un pallido sorriso:
- È vero. Per te non provo disgusto.
Si volta a guardarmi: all'improvviso scatta la sirena d’allarme. Mi scosto bruscamente da lei.
- No, Antonia.
Mi fissa con improvvisa angoscia:
- Perché no?
- Perché ti ho dato la mia parola, lo sai.
- Emmanuel, non sopporto pietose bugie da te. Dimmi la verità.
Gliela dico:
- È che non ce la faccio, Antonia. Lo sai che mi piaci moltissimo, credo di avertelo dimostrato, ma dopo quello che è successo non ce la faccio proprio. Scusa, ma mi fai...
- Schifo?
- No, macché schifo.
- Allora cosa?
- Mi fai sentire una terapia alternativa.
- In che senso?
- Antonia, ma è possibile che tu non capisca? Tu vuoi solo sapere se ci riesci almeno con me. Mi stai usando. Non è il massimo come prima volta, eh.
Si appoggia contro lo schienale.
- Hai ragione. Scusami, non so come ho potuto.
Si mette a frugare nella borsetta con le mani tremanti; penso che stia cercando le chiavi, che sono rimaste infilate nel cruscotto. Le giro senza parlare avviando il motore. Lei solleva il viso rigato di lacrime:
- Grazie della premura: stavo solo cercando il fazzoletto.
- Scusa, credevo...
- Non importa, ti riporto subito a casa.
Ingrana la marcia ed accenna a partire, ma mette la terza invece della prima e la macchina fa un balzo in avanti: il motore si spegne con un singhiozzo. Rimette in moto asciugandosi gli occhi con il dorso della mano sinistra tremante; ha la mandibola serrata ed è in apnea da diversi minuti.
Non posso lasciarla sola in quell’abisso. Le mie barriere crollano di colpo.
Spengo il motore e le soffio il naso con il mio fazzoletto. Trema tutta, oppone resistenza al mio contatto. Trattengo dolcemente la sua mano che respinge la mia e le faccio segno di no con la testa: non fare così, dai, lasciami provare. I suoi muscoli irrigiditi si rilassano, riprende a respirare ansimando: la avvolgo in un abbraccio, incomincio a cullarla e non parliamo più. Rimaniamo così, senza far nulla, per non so quanto tempo.
La pioggia cade fitta con uno scroscio uniforme e il vetro dell'automobile si è appannato; è un momento bellissimo nonostante tutto. Lei è molto scossa, ho l’impressione che non connetta: trema ancora, e non di freddo. Fra i due, incredibile a dirsi, sono io il più lucido. Ad un tratto lascia cadere la fronte sul mio petto con la strana inerzia di una bambola di pezza. Le prendo la testa fra le mani e la fisso negli occhi.
- Cos'erano quelle pastiglie?
Il suo sguardo oscilla nel mio: è evidente che si trova in uno stato confusionale.
- Quali?
- Quelle che hai preso al cinema. Non erano per la tosse, vero?
Non risponde. Mi incazzo moltissimo:
- Cos'è, hai progettato un suicidio assistito con la scenografia della cattedrale gotica sotto la pioggia?
- Romanica, - balbetta - e non potevo immaginare che piovesse, le previsioni davano bel tempo.
- Vabbè, romanica, con o senza pioggia. E mi vuoi come complice? Tu sei pazza. Ti porto subito all'ospedale, non ho la patente ma so guidare. Spostati.
La scosto bruscamente e faccio per prendere il suo posto, ma lei mi trattiene.
- Non preoccuparti: erano solo un paio di innocui tranquillanti.
Le stringo il viso fra le mani e la guardo con molta severità:
- Non farlo mai più, capito? Mai!
Annuisce come una bambina colta in fallo. Le parlo con dolcezza:
- Adesso rilassati, sei molto stanca.
Annuisce di nuovo e appoggia la fronte sulla mia spalla.
- Però non so... non so se...
- Non preoccuparti, faccio tutto io.
Faccio tutto io, già. Qualche settimana fa niente mi sarebbe sembrato più naturale che fare l'amore con lei nell'erba, sulla sponda del fiume, immersi nell'innocenza della nostra Arcadia pedemontana. Lo desideravo da morire. Ora la situazione è completamente cambiata, senza contare l'ambientazione sacra, con quell'imponente abbazia che incombe minacciosa sul mio paganesimo, e non so se sarò all'altezza della mia spavalda promessa. Quello che so per certo è che devo provarci, e per farcela devo recuperare un po' di quell'ironia che rendeva speciale e adorabile il mio rapporto con lei.
Cerco di rendere rassicurante il rituale prosaico che segue. La aiuto con dolcezza a liberarsi degli abiti. Non mi è facile cavarmela da solo in questa situazione: solo chi ha fatto l'amore in una Uno ed è alto più di un metro e ottanta può capirmi. Penso che poteva andarmi peggio, una Panda per esempio. Lei osserva i miei gesti tra l'affascinato e l'inebetito e non collabora assolutamente, anzi mi guarda stupita quando reclino il sedile. È come se questa cosa che lei stessa ha provocato le sembrasse di colpo impossibile; ha l’aria di stare guardando uno strano film. Quando tento di sbarazzarmi dei pantaloni ha una nuova crisi di pianto e si aggrappa a me, fermando la mia mano. D'accordo, le dico, facciamolo con i jeans, ma non credo che mi verrà tanto bene. Ride fra i singhiozzi, sei proprio scemo, mi avvinghia ripetendo frasi sconnesse, dimmi che non è successo niente ti prego mi vergogno vorrei morire e altre cose del genere, io le rispondo non devi aver paura, farò tutto quello che vuoi tu oppure non farò niente, lei balbetta non voglio che lo fai per forza, e se sbaglia i congiuntivi vuol proprio dire che sta male; allora la bacio sulla bocca e porto la sua mano a sentire che no, non è per forza, e non me ne frega più niente di chi c'è stato prima, perché adesso ci sono io. Le accarezzo i capelli finché non smette di tremare e il suo respiro prende il ritmo regolare della pioggia che cade.
Fino ad un certo punto l’istinto mi suggerisce quello che la mia inesperienza non mi permette di sapere; poi improvvisamente ho un attimo di panico. Temo l’inevitabile confronto, temo di rendermi ridicolo. Lei se ne accorge subito.
- Che c’è? - chiede.
- C’è che non l'ho mai fatto - rispondo con semplicità.
Mi accarezza il viso.
- Lo so. Ma non preoccuparti, andrà bene comunque.
Non penso più a nulla. Lei chiude gli occhi e la sua febbre pian piano aumenta, a un certo punto mi chiama amore ma non pronuncia mai il mio nome, non capisco neppure se si renda conto di essere con me, poi di colpo sussurra al mio orecchio ti voglio ed è come una scarica elettrica nella spina dorsale. Il momento è venuto. Ho un attimo di panico, poi spalanco le braccia e mi lascio cadere nel vuoto.
Una vampa di calore mi spinge di colpo in alto, vedo lei laggiù in fondo sull’orlo di un incomprensibile terrore, non penso più a me stesso e neanche potrei perché non ci sono più, sono sparito in lei, sono lei, so esattamente tutto quello che le sta succedendo, so dove devo portarla e come, un vortice mi risucchia, ripercorro all’indietro tutta la mia vita e l’urlo della luce e nove mesi di dolcissimo nulla, lei non riesce ad uscire da quell’apnea di follia resta avvinghiata a me dice aiutami, il gorgo la inghiotte mentre io mi alzo, mi sollevo da terra, le mie ali robuste mi portano sempre più in alto, vedo sotto di me il campanile dell’abbazia e non voglio lasciarla sprofondare, devo portarla con me, poi finalmente il decollo, il volo, la vertigine, la bellezza tremenda del suo viso. Conto tutte le stelle della notte mentre atterro dolcemente e le dono quel che resta di me.
Apre gli occhi pieni di lacrime: sei bravissimo sussurra. Ma non sono bravissimo, non sono niente. Voglio rivederla così altre cento, altre mille volte. Ho sedici anni, posso permettermi di ricominciare subito.
Quando guardiamo l'orologio sono quasi le tre di notte; mi ricordo all'improvviso di mia madre, tutto mi sembra irreale.
Verso le tre e mezzo mi lascia davanti al cancello di casa mia. L'ansia ha incominciato a rodermi e non smette finché lei non mi fa una domanda che aspettavo da un'ora:
- Ti va se ci rivediamo ancora?
Non so cosa le rispondo, ma dev'essere molto buffo, perché scoppia a ridere.
Nella fretta ho dimenticato le chiavi di casa. Busso alla finestra della camera di Teresa; non dorme, viene ad aprirmi quasi subito. Mi guarda con rimprovero e mi dice di salire le scale senza far rumore. Le dò un bacio in fronte e salgo i gradini a quattro per volta.
Hallelujah, Hallelujah, Hallelujah...
La vita sa essere meravigliosa.
...
ENGLISH TRANSLATION:
Teen mode on.
I hate your therapy, I hate being forced to let you read my personal stuff. I hate women's magazine bullshit, I hate fucking writers and directors who make their money off teenage mindjobs and all that crap. Shit, rommel.
Teen mode off.
To please the analyst, who has prescribed me the writing of a daily diary as a therapy, I am about to reduce my life to saccharine junk, gravure swill, pathetic bedside book for sentimental girls, ideal subject for screenwriters of mediocre b movies .
Well, come on Emmanuel, it's your turn.
...
It's seven in the evening on a Wednesday in June. Lying on the bed with the convalescent Pan rolled up around me, I listen to my music and contemplate the handful of flies I find in my hand. This summer parenthesis is like a swamp of quicksand; I scan the opposite bank with water up to my ankles, but I don't know how to move: I'm afraid of sinking with every step. I studied like crazy to please her, I recovered on all fronts, I passed with flying colors and the result is that now we haven't seen each other for weeks. "It's just a matter of waiting for next fall," she said.
In summary, I'm an asshole.
The phone rings, I try not to notice. None of my folks answers.
- Tereeeeesaaaaaaa!
Tonight I have to go out with some friends, including a certain Erika who for some time has been bombarding me with phone calls and calling me with gay nicknames like mouse, little mouse, bullshit like that. She cripples my name with an idiotic diminutive, Manu. I hate diminutives, and then I like my name as it is. I have no desire to pick up the receiver and hear his voice, Hi Manu, what are you doing? I'm focused on an absolutely unpredictable guitar passage that is trying to give some meaning back to my life. I didn't know that the great Tim had such an amazing son, it was an incredible surprise for me to find out. I'm not afraid to go but it goes so sloooooow...
The phone does not stop: I get up, determined to answer or break it.
- Hello.
My tone sounds like "fuck you".
- Emmanuel?
Thirty seconds of silence.
- You are here?
- Hi Antonia.
- Are you busy tonight?
- No, I have nothing special planned.
- Would you like to go to the cinema with me? They are showing The Lion King at Lux.
- Fantastic. When?
- At the first show. But maybe you need to eat something.
- Never mind, I don't eat, I never eat. I mean, not tonight. Where can we meet?
- Under my house. All right?
- Perfect.
I swallow my tonsils, hang up and dash into the hall. Then I go back to pick up my heart. Maybe I'm too scruffy, I take a look in the mirror: no, that's okay; I run to the door, I suddenly remember Saucepan; I go back to my room, take him by the arm and join my mother who is watching television in the living room. The best defense is offense.
- You don't have to look at all this crap, mom. It's trash, it hurts you. I'm going, bye.
She turns questioningly.
- Where are you going? To Gianluca's party?
- Yes.
- Wasn't it after dinner?
- No, it's half past seven: they've changed the time.
She's a little annoyed: poor mom.
- Couldn't you have warned me in time? I already had dinner prepared.
I lean down to give her a kiss.
- You are right, sorry.
- And put the dog in the kennel.
- Don't wait up for me: after dinner we'll go to the pub and then to the disco. Please, don't look at that stupid stuff. Hi, don't worry about getting back, Max will drive me home.
I hear her say something as I run away.
I arrive early, but she is earlier than me: I already find her at home. She is wearing a turquoise dress with a cream sweater and scarf around her neck, her red hair loose to her shoulders. She doesn't say or do anything when she sees me, as if it were normal to go out together in the evening, alone.
I don't have time to be amazed: I immediately realize that something is wrong. She has livid dark circles, badly hidden by makeup. At least she hasn't slept. My instinct, which always helps me with her, suggests a fraternal attitude: I take her by the arm and we walk towards the car. Of course she drives, I don't have a driving license yet.
I babble non-stop throughout the trip: we haven't seen each other in a while and I have a lot of things to tell her, silly everyday things that I can't wait to share with her. But she's concentrating on driving, as if we were at a rally, and replies in monosyllables: it's clear she doesn't want to make conversation. I'm too happy to resent: all I know is that she wanted to see me again.
The cinema is full of people: we sit in the last rows. I keep talking to myself for a quarter of an hour, then the lights go down and the show starts.
The film is good, but my mind is on her as she stands there with her arms crossed and her eyes fixed on the screen. I'm beginning to seriously wonder why she wanted to see me, since she's acting as if I don't exist. At one point I turn to her with a questioning look: she's trembling a little and her fingers are clenched together; maybe she's ill. I take her hand and whisper to her what's wrong. She stops shaking and rests her head on my shoulder:
- It's nothing, I'm fine.
I put my arm around her shoulders. I postpone everything until later and I prepare to enjoy the most selfish bliss, embracing her in the enveloping darkness of a cinema, as in so many of my dreams. There's air conditioning and her hands are cold: I take them between mine, rubbing them lightly and bringing them close to my mouth to warm them with my breath, like the ox and the donkey in the crib. Suddenly she throws her head back and closes her eyes: I try hard against all evidence to interpret it as a friendly gesture. She whispers "kid fuck" under her breath and brushes her lips against my neck.
From that moment on my memories become confused: I only remember the bitter smell of her hair and the very high temperature of her skin.
Suddenly, as she lifts her right hand to stroke my hair, I see a purplish bruise on her wrist. I take her other hand, uncover her wrist and see an equal sign. Her throat is also mottled with bruises. I abruptly move away from her:
- What does it mean?
She doesn't answer. She wraps her scarf around her neck and pretends to concentrate on the movie.
I enter an area of pneumatic vacuum in which I can no longer think of anything: the images from the film overlap in my mind without me being able to follow anything from the plot, distracted by the heavy beating of my heart. After a few minutes I feel her head lean on my shoulder again, but this time I stay still. She looks for my hand, I turn to look at her: her dark circles have turned purple, they're striking. My heart locks in a vice: I take her hand whispering it's all right, what the fuck am I saying. She has a coughing fit: she says it's the air conditioning, she takes some pills from her purse and swallows them.
After a few minutes, or maybe a few hours, she says to me:
- I need to talk to you.
We get up on the climax of the tear-jerking final scene, amidst the curses of the other spectators. It has started to rain, my legs are shaking. I pray to the God I don't believe in to give me strength.
To this day I don't know how The Lion King ends.
...
She's been driving for an hour and can't decide to stop. She's dazed, defocused, at one point we risk falling off an embankment: I realize that the car is skidding and I manage to straighten the steering wheel just a moment before we roll over into the ditch below. I was going to kill you, she says numbly, as if she wasn't in the car as well. I try to cheer her up, but she repeats several times I was going to kill you and finally adds I would never forgive myself. Then she restarts and concentrates on driving.
I see several signs with increasingly unknown names on them: the last one says Albugnano. I sense that we are no longer in the Turin area: we have ended up in another province. She arrives at a crossroads, puts down the arrow, even if there is no one there, turns around and takes a downhill path. The road has no way out: I gasp when I suddenly see the imposing skeleton of a Romanesque abbey in front of me. She doesn't seem surprised, perhaps because she doesn't notice anything. She parks in the Abbey carpark and applies the handbrake. A small, uncomfortable car parked at night in a deserted square in the rain, with frogs croaking: the situation is typical to the point of misery. I feel a moment of tremendous embarrassment. I turn to look at her: she continues to stare at the steering wheel as if expecting something from it. Finally I find the courage to speak.
- What happened? - I ask her.
He doesn't answer. I insist:
- Does my brother know?
She shakes her head:
- No. I can't talk to him about it.
- He's not listening to you, is he? He never wants to know inconvenient truths.
She signs yes.
- Do you want to try and talk to me about it?
- I cannot.
- How can I help you if you don't tell me anything?
- Try to figure it out for yourself, if you can.
I try, but it's very hard. I swallow and pronounce that name:
- Frédéric?
She is silent: I have hit the mark. A series of increasingly realistic details goes straight to the pit of my stomach. I see the whole scene. I'm really bad.
- He's a bastard.
She wrings her hands in despair.
- It's not him, he's not the problem.
A surge of anger comes over me.
- I fucking know.
- You know what?
- That you liked it. It is not so?
She twitches all over, like an oyster when you splash it on lemon. She trembles, her teeth chatter. I take her hand again so as not to make her feel alone, even if it costs me a tremendous effort. I feel like crying and kicking something. I wish I was away from her so I could feel bad without having to pretend.
- I can't... - she stammers - I can't anymore...
It's so obvious to me:
- Let a man touch you.
She nods her head yes.
- But you can heal.
- I don't think so - she says trembling all over.
- Of course you can. You see? I'm holding your hand.
She seems to relax: she breathes deeper and almost stops shaking. She hints at a pale smile:
- It is true. I don't feel disgust for you.
She turns to look at me: suddenly the alarm siren goes off.
- No, Antonia.
She stares at me with sudden anguish:
- Why not?
- Because I gave you my word, you know.
- Emmanuel, I can't stand pitiful lies from you. Tell me the truth.
I tell her:
- I just can't do it, Antonia. You know I like you very much, I think I proved it to you, but after what happened I just can't take it. I'm sorry, you make me...
- Sick?
- No, not at all.
- So what?
- You make me feel like alternative therapy.
- In what sense?
- Antonia, is it possible that you don't understand? You just want to know if you can do it at least with me. You are using me. Not the best first time, huh.
She leans back against the backrest.
- You are right. I'm sorry, I don't know how I could.
She rummages in her purse with trembling hands; I think she's looking for the keys, which are stuck in the dashboard. I turn them around without speaking, starting the engine. She raises her tear-streaked face:
- Thanks for your attention: I was just looking for the handkerchief.
- Sorry, I thought...
- It doesn't matter, I'll take you home immediately.
She puts it into gear and starts off, but puts it into third instead of first and the car leaps forward: the engine stalls with a hiccup. She starts again wiping his eyes with the back of his trembling left hand; her jaw is clenched and she has been holding her breath for several minutes.
I can't leave her alone in that abyss. My barriers suddenly collapse.
I turn off the engine and blow her nose with my handkerchief. She trembles all over, resisting my touch. I gently hold her hand which rejects mine and I nod my head: don't do that, come on, let me try. Her stiff muscles relax, she starts breathing again: I wrap her in a hug, I start rocking her and we don't talk anymore. We stay like this, doing nothing, for I don't know how long.
The rain is falling with a uniform downpour and the glass of the car is misted up; it's a beautiful moment despite everything. She is very shaken, I have the impression that she doesn't connect: she is still shivering, and not from the cold. Of the two, incredible to say, I'm the more lucid. Suddenly she drops her forehead to my chest with the strange inertia of a rag doll. I take her head in my hands and stare into her eyes.
- What were those pills?
Her gaze flickers to mine.
- Which?
- The ones you got at the cinema. They weren't for the cough, were they?
She doesn't answer. I'm pissed off a lot:
- What is it, you designed an assisted suicide with the scenography of the gothic cathedral in the rain?
- Romanesque, - she stammers - and I could not imagine that it was raining.
- Oh well, Romanesque, Gothic, with or without rain. And you want me as an accomplice? You're crazy. I'll take you to the hospital immediately, I don't have a driving license but I can drive. Move away.
I push her away abruptly and try to take her place, but she holds me back.
- Don't worry: they were just a couple of harmless tranquilizers.
I squeeze her face in my hands and look at her very severely:
- Never do that again, okay? Never!
She nods like a child caught out. I speak to her softly:
- Now relax, you are very tired.
She nods again and rests her forehead on my shoulder.
- I don't know... I don't know if...
- Don't worry, I'll do everything.
I'll do everything, yeah. A few weeks ago nothing would have seemed more natural to me than making love to her in the grass, on the river bank, immersed in the innocence of our foothill Arcadia. I wanted it badly. Now the situation has completely changed, not counting the sacred setting, with that imposing abbey looming menacingly over my paganism, and I don't know if I will live up to my promise. What I know for sure is that I have to try, and to do it I have to recover some of that irony that made my relationship with her so special and adorable.
I try to make the prosaic ritual that follows reassuring. I gently help her to get rid of her clothes. It's not easy for me to get by on my own in this situation: only someone who has made love in a Fiat Uno and is over six feet tall can understand me. I think it could have been worse, a Panda for example. She observes my gestures between fascinated and dazed and absolutely does not cooperate, in fact she looks at me amazed when I recline the seat. It is as if this thing that she herself has provoked suddenly seems impossible to her; she looks like she's watching a strange movie. When I try to get rid of the pants she has a new fit of tears and clings to me, stopping my hand. All right, I tell her, let's do it with jeans on, but I don't think it's going to go very well. She laughs between sobs, you're really stupid, she wraps me around repeating disconnected phrases, tell me nothing happened please I'm ashamed I would like to die and other things like that, I answer her don't be afraid, I'll do whatever you want, she stammers I don't want that you to do it necessarily, and if he gets the subjunctives wrong, it really means she's sick; then I kiss her on the mouth and I bring her hand to feel that no, it's not necessarily, and I don't give a shit about who's been there before, because now I'm here. I stroke her hair until she stops shaking and her breath catches the regular rhythm of the falling rain.
Up to a certain point, instinct suggests to me what my inexperience doesn't allow me to know; then suddenly I have a moment of panic. I fear the inevitable confrontation, I fear making a fool of myself. She notices it right away.
- What's up? - she asks.
- Well, I've never done it - I reply simply.
She strokes my face.
- I know. But don't worry, it will be fine anyway.
I no longer think about anything. She closes her eyes and her fever slowly increases, at a certain point she calls me love but never pronounces my name, I don't even understand if she realizes she is with me, then suddenly she whispers in my ear I want you and it's like an electric shock in the spine. The time has come. I have a moment of panic, then I spread my arms and let myself fall into the void.
A flash of heat suddenly pushes me up, I see her down there on the edge of an incomprehensible terror, I no longer think of myself and I couldn't either because I'm gone, I have disappeared in her, I'm her, I know exactly what is happening to her, I know where to take her and how, a vortex sucks me in, I retrace my whole life and the scream of the light and nine months of sweet nothingness, she can't get out of that apnea of madness she stays clinging to me she says help me, the whirlpool swallows her while I get up, I lift myself off the ground, my sturdy wings carry me higher and higher, I see the abbey bell tower below me and I don't want to let her sink, I have to carry her with me, then finally the take-off, the flight, the vertigo, the tremendous beauty of her face. I count all the stars in the night as I land softly and give her what's left of me.
She opens her eyes full of tears: you are very good she whispers. But I'm not very good, I'm nothing. I want to see her like this another hundred, another thousand times. I'm sixteen, I can afford to start over right away.
When we look at the clock it is nearly three in the morning; I suddenly remember my mother, everything seems unreal to me.
Around half past three she leaves me in front of the gate of my house. Anxiety began to eat me up and it doesn't stop until she asks me a question I've been waiting for for an hour:
- Do you want to see us again?
I don't know what I tell her, but it must be very funny, because she bursts out laughing.
In my haste I forgot my house keys. I knock on Teresa's bedroom window; she doesn't sleep, she comes to open the door almost immediately. She looks at me reproachfully and tells me to go up the stairs quietly. I give her a kiss on the forehead and go up the steps four at a time.
Hallelujah, Hallelujah, Hallelujah...
Life can be wonderful.